THE EYES REPUBLIC FOUNDATION

the eyes republic

Gli occhi: finestre della mente.

           L’esperienza della visione è il primo e più importante fattore del progresso umano, fonte di illuminazione, strumento della memoria, matrice di emozione, sorgente di apprendimento, molla di cultura e progresso scientifico. Da quando l’Homo Erectus si mise a calcare la Terra cominciando a guardarsi intorno, osservare il cielo, governare un fuoco, fabbricare utensili, sviluppò insieme alla visione periferica anche la coscienza di sé, e cominciò a proteggersi gli occhi, prima ancora di vestirsi.

    Nei millenni gli occhi sono diventati per la specie umana i mezzi per affrancarsi dalla natura e poi avviarsi alla sua comprensione. In tutte le civiltà, di ogni epoca e di ogni latitudine, il fenomeno della percezione visiva, la luce fatta visione, da fisico è diventato prima mistico e poi scientifico, e i mezzi per la protezione e il potenziamento degli occhi diventarono simboli di connessione fra umano e divino, fra terreno e universo, una sintesi cosmologica, ancestrale eppure razionale, che si manifesta ovunque nei secoli. Dalle maschere rituali alle lenti alchemiche, da Archimede, che stabilì il diametro del sole con un regolo pupillare, a Galileo che indicò nella vista il mezzo per intendere “la filosofia ch’è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto, innanzi a gli occhi (io dico l’universo)”, dai filosofi ancestrali a Giordano Bruno ci arriva il messaggio che gli occhi sono la prova e la misura del tutto, di noi come dell’infinito.

  

                     

                               

                              Gli occhiali, un’invenzione di civiltà.                                

                   

 

    Proteggere e rafforzare la vista e gli occhi è stata una costante nello sviluppo delle civiltà umana, e ciò che più ha promosso il senso di umanità progressiva e universale del nostro genere, dall’amore alla scienza, e che ha condotto alle più sofisticate invenzioni come la scrittura, il calcolo, e anche il tempo.  Gli occhi e la vista sono le doti del nostro progresso scientifico e tecnico, che non per nulla si è realizzato soprattutto con cannocchiali, microscopi, camere e lenti ottiche.   

       L’occhiale, comunque, l’occhiale protettivo, sportivo, da lavoro, l’occhiale cosmetico, l’occhiale da tiro, hanno avuto ben più lontane origini e antenati delle montature ottiche.

      L’Homo Sapiens inventò l’occhiale: per andare a caccia, per scheggiare le selci, per confondere gli spiriti e governare il suo mondo. I Neanderthaliani delle Alpi si ponevano delle strisce di betulla forata sugli occhi, con il doppio intento di dissimularsi alla preda e di lanciare con precisione, inventando così l’occhiale stenopeico, e quando l’ultima glaciazione del paleolitico cambiò il loro paesaggio in neve, si adattarono convenientemente mettendosi ciaspole ai piedi e occhiali antiriverbero sul volto.

      La scomparsa della loro stirpe non cancellò le tracce del loro passaggio. Trapassarono nelle stirpi successive di Homo Sapiens. Resti di occhiali di legno, di scorza, di osso, occhiali da caccia, occhiali divinatori, pietre simulacro, si trovano in molti siti del procedere delle emigrazioni umane attraverso il Globo, e documentano in quale conto era tenuta la facoltà della vista. Sono manufatti fra i più antichi legati della civiltà umana, giunti fino a noi dall’età della pietra, e conservati tutt’ora nelle culture dei popoli dell’Artico, dei cacciatori di miele himalayani e dei rematori del Borneo. Con design strepitosi e ingegnosi, a volte copiati e trapassati nelle collezioni di icone pop e minimaliste del design, e nei film dell’avanguardia europea e underground americana.

 

 

 

    In questo quadro antropologico, le Dolomiti, il Cadore, gli antichi Monti Pallidi, avanzano una forte rivendicazione sull’eredità culturale degli occhiali, costituita da leggende straordinarie e da documenti archeologici, dalle saghe dei popoli di Fanes, alla stazione preistorica di caccia di Mondeval, dalle leggende dei Monti Pallidi alla tomba neolitica di Val Rosna, o delle stazioni litiche del Monte Avena, luoghi che documentano insediamenti di genti dal paleolitico all’età del bronzo, genti che usavano proteggersi gli occhi e curarsi la vista. Nei loro corredi funerari non mancavano amuleti per la visione extraterrena e spirituale, legni stenopeici, pietre forate, maschere di cuoio, oggetti mistici e funzionali.

Al centro delle Dolomiti, a Lagole di Cadore, esiste un sito riscoperto di una divinità sanante, risalente all’età del bronzo e adorata dai protoveneti col nome di Trimusiate,  che guariva ferite e cecità con l’acqua sulfurea delle fonti circostanti. La divinità riceveva doni di bronzi, statuine, mestoli, coppe, fibule, che venivano fuse sul posto e spezzate o gettate come ex voto nelle acque delle cascatelle. Fra i reperti raccolti sul sito a Lagole, forse il più antico centro dell’età del bronzo di tutto l’arco Alpino, si trovarono delle rondelle annerite di mica e quarzo inserite in fibule spiraleggianti con giunzione a bascula, dei proto-occhiali che i minatori preistorici di Lagole si ponevano davanti agli occhi per scrutare il colore del magma bollente che preparavano.

 

 

             

     

    L’invenzione dell’occhiale oftalmologico propriamente inteso, invece, una protesi portante delle lenti otticamente correttive, si fa risalire al sec. XII e, come la successiva stampa tipografica, è soggetta a grandissime dispute e attribuzioni storiche, condotte con grande accanimento. Sappiamo per documentazione certa che le lenti per “ogli” venivano prodotte a Venezia prima del 1250. In quell’anno la Serenissima sentì la necessità di secretare e proteggere questa produzione con un decreto penale. Nello stesso periodo, Roger Bacon, frate alchimista inglese, sperimentava dei sofisticati aggeggi portatili con lenti concave e convesse e probabilmente veniva fornito dei famosi “roidi” in cristallo dai suoi confratelli francescani di San Francesco del Deserto.

      Pisani e toscani rivendicano una loro parte nell’invenzione dell’occhiale correttivo, come boemi, tibetani, persiani, arabi e l’Inca peruviano. Ma storicamente è in ambito veneto che gli occhiali da vista videro la luce e poi variamente perfezionati e maneggiati nelle officine dello Stato da Tera della Repubblica Serenissima. Gli occhiali veneti assunsero da subito una rilevanza culturale ed economica, e poi politica e di costume, e non solo a Venezia ma in tutta Europa. In una predica rimasta famosa del domenicano beato Giordano da Pisa nel 1305, egli commentava lo stato dei tempi al popolo di Santa Maria Novella a Firenze: non è ancora venti anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali che fanno vedere bene, ch’è una delle migliori arti e delle più necessarie che ‘l mondo abbia…arte novella che mai non fu prima divinamente concessa….Si sbagliava di un paio di secoli, ma la sua data coincideva con un’altra decretale veneziana del 1285 che una volta ancora regolava drasticamente la produzione di cristalli adatti agli occhi per evitare contraffazioni. 

La tradizione bellunese e cadorina nella manifattura dell’occhiale da vista risale storicamente al primo Quattrocento, al tempo in cui i piccoli Stati feudali delle valli del Piave scelsero di far parte della Repubblica Serenissima, portando in dote a Venezia il controllo della Via Alemagna e una quantità di materie prime, di specializzazioni umane, di produzioni meccaniche e militari che affluivano alla città lagunare e al suo Arsenale.

      I proto-occhiali con roidi veneziani si diffusero allora percorrendo le rotte commerciali dei vetri, delle stoffe, delle spezie, dei manufatti, del ferro e dell’argento, e in particolare per la via del Piave fino alle strade tedesche, fino ad Augsburg, e poi Praga, in Boemia, Anversa nelle Fiandre, Uppsala in Svezia. Metallurghi e fonditori della Valle del Piave cominciarono in quel torno di tempo a fabbricare armature per roidi e vetri e lenti, e a metà del Quattrocento, un Ferrara, “spadaro de Fondasio”, e fondatore di una dinastia bellunese di celebrati spadari, eseguiva ordini de spade “cinquedea” e “sciavonesche con guardia de via in bronxo e maneghi da roidi in bronxo e arzento, a dar dei Scoti”.

    Spade e occhiali per l’indipendenza della Scozia.

    La prima notizia di occhiali cadorini andati all’export fuori Europa è invece del 1585. Quell’anno visitarono il Veneto un gruppo di studenti e nobili giapponesi, ospiti della Repubblica, e uno di loro ebbe occhiali nuovi in dono, con cerchi di metallo “fabricadi e lustradi a Zolt” dotati di lenti in cristallo per correggere la sua forte miopia.

                            

                       

 

      Tempi di forti correnti commerciali e scambi culturali condotti con larga contaminazione fra idee e prodotti, che prelusero all’avvento dell’Illuminismo, periodo dove la scienza galileiana del vederci chiaro, del provare con gli occhi, prende il dominio sulle menti e si attesta dentro le Università, nei tribunali, nei consessi civici, nei laboratori e nelle fabbriche. Da Venezia all’Europa, da Parigi al Cairo, occhiali e occhialini si diffusero e venduti anche per le strade, botteghe ottiche specializzate aprirono e nacque l’ottico nomadico che batteva i villaggi insieme agli arrotini. Le invenzioni ottiche si moltiplicarono: microscopi, telescopi, caleidoscopi, teatro ottico, diorami visivi, stanze catottriche, camere prospettiche, una cascata creativa che accompagnò lo sviluppo dei due secoli dei Lumi e gettarono le basi delle successive rivoluzioni tecnologiche. L’occhio e la vista trionfarono persino sulla concezione mistica del potere,  divenuto consapevole che l’occhio vuole la sua parte, se non tutta la parte, e persino lo usò come emblema del proprio agire e pensare, celebrandolo dentro a un triangolo trinitario, e arrivato ai nostri giorni ancora forte di una intatta simbologia: l’occhio come giudice imparziale e ultimo, la vista come bene fra i supremi, e l’occhio come potente strumento di potere e controllo. 

 

 

  

      Eppure, oggi, la gente non sembra occuparsi della vista con la stessa cura del passato. Nell’Era dell’Immaginario la vista è l’ultimo dei sensi nella scala della spesa personale delle persone. Si spende molto di più per il palato, ovviamente, ma anche per l’olfatto, il tatto e l’udito, mentre la cura della vista, anche nella pratica preventiva, è vissuta passivamente.

      Invece, la realtà in cui sono immersi gli occhi e la vista nella nostra contemporaneità dovrebbe destare allarme e indurci a una nuova presa di coscienza sul valore della facoltà di vedere. Perché la vista oltre ad essere negletta, è oggi sotto attacco in ogni manifestazione della vita pubblica e privata, con poca o nessuna tutela o prevenzione sanitaria, vittima di scienza approssimata, incuria, superlavoro, con schiere di generazioni preoccupate dei peli superflui e di una dentiera perfetta, ma nulla dello sguardo, del potere visuale, di una vista spenta.

                                      GLI OCCHI SPECCHIO DELLA MENTE!?

       Gli occhi dell’umanità oggi sono sotto attacco, quotidianamente, un attacco che arriva dappertutto, in casa come in ufficio, in piccole come in grandi città e si estende dai Lapponi finlandesi ai Pigmei congolesi. Gli occhi sono sotto attacco dalle radiazioni dei nostri apparecchi, dalle illuminazioni con luci inadeguate o pericolose e quelle dei mezzi pubblicitari; gli occhi sono sotto attacco nei gesti quotidiani di casa o nelle attività sportive a causa dei materiali plastici nocivi, per i cosmetici tossici, per i batteri che vi insorgono, per le molecole di microplastiche che incrociano davanti alle pupille, e persino per i materiali contaminanti, gli ftalati tossici, i metalli allergenici, i trattamenti chimici con cui sono prodotti gli stessi mezzi di correzione e protezione, le lenti e gli occhiali.

    Ma è dalla digitalizzazione universale che arriva l’attacco più brutale alla vista, pubblica e privata, attraverso la corsa dell’industria globale a mettere Internet in tutte le cose, dalle auto ai caschi, dal WC ai frigoriferi, dalle scarpe al tostapane. Si è aperta una pandemia vertiginosa  di prodotti intelligenti che le aziende mondiali veicolano nelle case, forzando la digitalizzazione dell’economia domestica e privata con cui si prefiggono di dominare il mercato, cioè i consumatori, con il controllo a distanza, Con l’Internet delle Cose, il Digitale si è introdotto nelle case e nei palazzi, aziona sistemi complessi, impianti di allarme, porte automatiche, scaldabagno, luci, forni, apparati domestici, lo fa al posto nostro, e si insinua nella gestione e nel calendario delle funzioni delle cose. Oggi, oltrepassate le soglie delle case, Google, Facebook, Apple, Amazon, Samsung, The Digit Grands, non si limitano più al microonde, all’aspiratore, o alle luci led digitali, inseguono il consumatore con le scarpe e l’orologio wi-fi e programmano di oltrepassare anche la soglia della mente attraverso il condizionamento del suo organo motore: gli occhi.

     Il controllo digitale a distanza della vista e degli occhi, la scansione della pupilla, della retina e lo studio dell’iride, sono oggi dei fondamentali programmi di sviluppo delle applicazioni di Alfabet, la potente macchina di Google, e poi di Sony, di Apple, di Softbank Robotics, e del nuovo superconglomerato EssilorLuxottica che a distanza telematica useranno queste app per fornire l’Umanità dei loro occhiali, senza passare dagli ottici ma dallo schermo di un personal computer o di uno smartphone. Da Google glasses alle lenti a contatto connesse di Softbanks, il grande gioco oggi non consiste più nel mettere un computer su tutte le scrivanie, come ai tempi di Bill Gates, ma dappertutto, e indosso alla gente, per guidarla, assisterla, governarla, garantendo in cambio servizi e felicità inimmaginabili. Amazon lo chiama già cane-guida, per ora una scatoletta con una App dal nome pieno di grazia, Alexa, e ha la voce della fidanzata del nuovo padrone del marketing mondiale. Alexa ti guida nelle scelte quotidiane con la voce, per ora, in attesa di Magnus, l’occhiale fornito di tutto, con lenti smart, connesse, con indici variabili e in grado di interagire con gli occhi e la vista, persino di produrre sogni olistici e visioni. Non si tratta più di come scaldare il latte nel microonde, ma di come le Grandi Aziende Digitali vogliono costituirsi come necessarie a correggere e continuare la creazione. L’obiettivo è costruirsi un universo parallelo, digitale, onnipresente, e sempre consenziente, capace di orientare le preferenze, i desideri, i gusti, gli incontri, le passioni e le abitudini delle persone, tutto tradotto in algoritmi sociali e succedaneo dei bisogni. Secoli di indagini, ricerche, intuizioni, invenzioni e progressi scientifici sull’interazione fra occhi e mente, riprodotti in dossier informatici e ridotti in app cibernetiche destinate alla conquista delle emozioni, dei corpi, dei sensi, primo fra tutti la vista; impadronirsi degli occhi del mondo per una grande replica della manipolazione di massa della storia.         

    

 

 

 

                                                          

 

    Come gli ipnotisti mesmeriani, ma forti delle traduzioni algoritmiche di tutto lo scibile, degli esperimenti visuali e mentali che riguardano gli occhi e la percezione visiva, i signori del digitale, in centinaia di laboratori, realizzano oggi la matematica della manipolazione di massa attraverso Internet e i sensi, con una rete adeguata di Connessione Eterna fatta di occhiali smart, lenti intelligenti, sorgenti ottiche, pianificazione dei colori, intensità luminosa, tutto registrato a distanza, per tenere il polso a tutto il mondo, misurare desideri, pianificare economie, lanciare prodotti, espugnare mercati. La conquista dei sensi e della vista permetterà alle grandi aziende di modificare persino l’assetto antropologico del Pianeta.

    Ma nessuno ancora si oppone, né politici o governi o consumatori, così osservavano desolati e preoccupati dei giornalisti investigativi anglosassoni, nessuno ha ancora detto di smetterla a Zuckerberg di Facebook, né a Sagnières di EssilorLuxottica, né a Bezos di Amazon o a Tim Cook di Apple. Nessuno si oppone alla concentrazione economica, mediatica e politica che rappresentano, nessuno denuncia il loro potere di controllo e manipolazione planetaria che gli verrà dal digitale globale, grazie al quale si passerà, semplicemente, dal dirigere veicoli senza guida a guidare un pilota senza mente.

    

      NOI DELLA REPUBBLICA DEGLI OCCHI CI OPPONIAMO a questo accumulo di potere informatico e concentrazione economica basata sulla manipolazione della vista e dei sensi, la riteniamo una iattura, un attacco alla libertà e all’indipendenza individuale. ci preoccupa l’incivile passività che il digitale induce sulla gente e lo spegnimento progressivo dei loro occhi e riteniamo che sia il momento che le professioni liberali dell’ottica manifestino la loro opposizione organizzata.

   

 

 

 

     THE EYES REPUBLIC, la Repubblica degli Occhi, non è un nuovo Brand del lusso, termine inappropriato per beni di consumo di massa; è un No Brand, un marchio che non celebra sé stesso, pur avendo nel suo gruppo autori di occhiali iconici e cinematografici, da BBrothers a Matrix, col nostro nome celebriamo invece il genio di memorabili creativi del passato, e magnificare gli unici beni di lusso che possediamo, i sensi, gli occhi, la chiara vista.

    The Eyes Republic è un libero Consorzio, una Federazione, una Coalizione Civile, un Popolo di artigiani, tecnici, designer, produttori indipendenti, innovatori, visionari e inventori del Distretto Ottico delle Dolomiti. Quasi una nazione. Da modesto gruppo di meccanici e artigiani idealisti, la coalizione si è evoluta ed è diventata globale e internazionale, coltivando ambizioni e progetti di vasta portata, pur rimanendo ancorati alla storia e all’origine del nostro lavoro, la regione dolomitica veneta. A questa storia ci ispiriamo, alle antiche esperienze delle genti di montagna, alle sue ingegnose tradizioni, e al governo dei beni per la salvaguardia ambientale, delle risorse del territorio, dell’economia montana. E la cura della vista, privata e pubblica, il più grande dei beni comuni, e la più importante fra le produzioni artigianali nelle Dolomiti venete.

    Un’ispirazione che è diventata il codice etico di un programma per riportare nel nostro Distretto il primato del design e della produzione di occhiali e mezzi ottici. Predichiamo l’abbandono di pratiche e processi obsoleti e l’uso di materiali nocivi all’ambiente; promuoviamo l’acquisizione di nuove tecnologie, nuovi materiali e nuovi processi di produzione per integrarli nella tradizione dell’artigianato manifatturiero delle nostre vallate; sosteniamo che il futuro del Made in Italy dovrà condizionarsi alle pratiche dell’economia circolare, sostenibile e ecocompatibile e che i nuovi prodotti da portare sul mercato dovranno incorporare qualità nuove come etica, responsabilità sociale, sensibilità ambientale, sia nelle proprietà intrinseche del prodotto che nel processo produttivo per realizzarlo.

    Gli occhiali che presentiamo in questa edizione sono in continuità con la relazione primordiale tra gli occhi e la luce, l’esistenza umana e la vista, la natura e la cultura, filtrata attraverso le nuove conoscenze tecniche e scientifiche che applichiamo alla nostra produzione, e li dedichiamo a dei grandi personaggi del passato, ma poco conosciuti.  Essi sono inventori, studiosi, scienziati, innovatori, accomunati dal lavoro e dallo studio o dall’insegnamento in area veneta o negli Atenei di Padova e Verona delle discipline della visione. Persone che hanno lavorato per produrre scienza, renderla concreta e chiara alla vista pubblica e buona al progresso umano, In molti casi sono stati dei precorritori o dei visionari, in altri sono stati inventori o scopritori di cui altri hanno preso la paternità. E tutti loro avevano conferito nel loro lavoro la massima attenzione a quello che oggi chiameremmo il design, l’infusione del pensiero in immagini e strumenti. Tutti hanno il merito di aver contribuito sostanzialmente allo sviluppo della fisica, della meccanica e della fisiologia ottica, traducendole in manufatti ed esperienze tangibili ai sensi e in “fonte di godimento sperimentale”.

Giovanni Dondi.

1330-1388. Giovanni Dondi dell’Orologio fu ingegnere, medico, astronomo, archeologo, matematico filosofo, poeta. Professore all’Università di Padova, costruì e progettò un’infinità di prodigiosi orologi meccanici fra cui quello ricostruito della Torre dell’Orologio, e l’Astrario, un orologio cosmico universale, descritto come: “un’opera dove potessero essere visti dall’occhio tutti i movimenti secondo la longitudine che gli astronomi assegnano ai pianeti, con i loro cerchi e le loro periodicità, dove possano essere indicate quelle numerose particolarità che i saggi insegnano e che l’esperienza mostra”. Un capolavoro del Medioevo anche nel discorso, tre secoli prima di Galileo.

 

Marcantonio Mazzoleni. ?-1632.

Scienziato, inventore, meccanico, proveniva da una famiglia di orologiai. Esercitò le arti meccaniche a Padova e godette di grande fama di abile artigiano e Galileo Galilei nel 1599 lo assunse come fabbricatore di strumenti ottici e geodetici. Gli concesse anche di essere ospitato con la famiglia nella sua casa dove Mazzoleni costruì per lo scienziato una quantità di strumenti adattandoli per i suoi studi.  Anche quando cambiò la sua dimora, Mazzoleni continuò per dieci anni a lavorare per Galilei costruendo per lui compassi militari, compassi storti, squadre, bussole, tubi ottici, quadranti. Quando poi Galilei tornò a Firenze Mazzoleni lavorò per l’Università di Padova e assunse infine nel 1612 l’incarico, che era stato del padre, di regolare l’orologio del palazzo del Bò, sede dell’università, e di “sonar della medesima campana alla distesa per le lettioni”.

 

Ilario dé Altobelli.

1560-1637. Frate francescano, teologo, matematico, cartografo. Insegnante di matematica e rettore dello Studium di Verona, agli inizi del ‘600 costruiva cannocchiali, binocoli, occhiali a lenti distanziali. Osservò per primo e descrisse una nuova stella, poi chiamata la Supernova di Keplero.

 

Battista della Porta. 1535-1615.

Scienziato, filosofo, alchimista e commediografo. A Padova sviluppò con Galilei studi di ottica e astronomia, frequentò Paolo Sarpi, Tommaso Campanella, Giordano Bruno, per cui cadde in odore di eresia e le sue pubblicazioni furono sempre soggette al controllo minuzioso e alla censura dell’Inquisizione. Nelle sue commedie ai personaggi principali faceva sempre usare degli occhiali, già allora diventati sunto delle personalità iconografiche della scienza. Fu tra i fondatori della prima accademia dei Lincei,

 

Janello Torriani. 1500-1585.

Uno dei grandi sconosciuti geni del Rinascimento. Matematico, astronomo, inventore di sofisticati automi, apparecchi e orologi idraulici, periscopi e forotteri. Anticipò teorie e pratiche sulla luce polarizzata. Formatosi tra Cremona, Padova e Bologna, dopo essersi visto sottrarre e copiare molte invenzioni accettò di spostarsi in Spagna alla corte di Carlo V. Il suo sistema di bascule per sollevare le acque dal fiume Tago alla rocca di Toledo è in funzione ancora oggi.

 

Biagio Pelacani. 1355-1416.

Matematico, filosofo, astronomo. A Padova, fra gli universitari del primo Quattrocento, era il famosissimo “doctor dyabolicus” dalle mille dispute e dalle cento invenzioni. Introdusse il principio che la sola scienza certa per spiegare la natura del mondo è la matematica, e che il moto dei corpi, la fisica della luce, e anche i sensi sono traducibili in numeri. Le sue “Disputationes” e “Questiones Phisicorum” gli valsero una censura ecclesiastica per aver scritto che interpretare la natura attraverso la religione è come cercare Dio nelle deformazioni e aberrazioni ottiche.

 

Zaccaria dal Pozzo de Putheo.

1425-1458. Medico e professore all’Università di Padova a metà Quattrocento. Indagatore creativo dell’anatomia e fisiologia umana, studiò e teorizzò le funzioni delle ghiandole pineale e pituitaria e le relazioni fra esse e i fluidi umani, le malattie dell’occhio e della vista, accreditando le filosofie orientali del terzo occhio o occhio interiore. Affermò le relazioni fra i colori dell’iride con i flussi renali e polmonari e l’influenza su essi dei raggi solari assorbiti attraverso le pupille, sviluppando la tesi delle iridi come orologio biologico.  Una violenta disputa con gli avversari dell’Università di Padova lo portò a uno scontro fatale sulle mura della città da cui precipitò nel 1457.

 

Girolamo Segato. 1792-1836.

Naturalista, egittologo, chimico, cartografo. A partire dal 1818 partecipò a diverse spedizioni in Egitto, durante le quali diventò un esperto delle antiche tecniche dell’imbalsamazione. Si fece calare anche in un pozzo dentro la grande piramide di Saqqara e ne riuscì dopo tre giorni di studio in isolamento totale. Gli studi intrapresi lo portarono a grandi scoperte rimaste segrete salvo i suoi studi sull’anatomia. Rimaste invece nel mistero la preservazione dei tessuti e dei fluidi animali, che lo scienziato realizzava su organi che riusciva a fossilizzare e a preservare, inclusi gli organi della vista, cristallini, umor vitreo e cornea, e a cui dedicava attenti studi per comprendere la materia e la funzione dell’iride e la meccanica della midriasi pupillare.

 

Plautilla Nelli. 1524 – 1588.

Religiosa e pittrice. Con questo nome fu molto conosciuta nell’ambiente pittorico dell’epoca. Vasari ci informa che Plautilla avrebbe imparato a dipingere autonomamente, attraverso l’imitazione di altre opere. Possedeva dei disegni di Fra Bartolomeo e stampe e riproduzioni di opere che circolavano all’epoca. Non ebbe la possibilità di seguire i progressi della pittura perché viveva in convento e le rimase oscuro l’avvento del manierismo anche se ebbe la possibilità di conoscere le opere dei maestri che avevano lavorato per i domenicani, la cerchia chiamata Scuola di San Marco, frequentata da artisti del calibro di Lorenzo di Credi, Giovanni Sogliani oltre lo stesso Fra Bartolomeo.  “È tradizione che Suor Plautilla, volendo studiare il nudo per la figura del Cristo, si giovasse di quella di altre suore, che dicevano che la Nelli in luogo di Cristi faceva Criste” celiò di lei un critico. In realtà suor Plautilla, per non posare sguardi diretti su corpi nudi, s’inventò una camera ottica per fare i suoi disegni di corpi sacri.

 

 

Elena Lucrezia Corner Piscopia.

1646-1684. Erudita straordinaria e prima donna al mondo ad ottenere un dottorato universitario.  Molto nota agli studiosi del tempo, a partire dal 1669 fu accolta in alcune delle principali accademie dell’epoca. Quando il padre chiese che la figlia potesse laurearsi in teologia all’Università di Padova, il cardinale Gregorio Barbarigo si oppose duramente, in quanto riteneva “uno sproposito” che una donna potesse diventare “dottore”. Nel 1678, a 32 anni, ottenne finalmente la laurea ma gliela concessero in filosofia, non in teologia. E non poté, in quanto donna, esercitare l’insegnamento. Le è stato dedicato il Cratere Piscopia di 26 km di diametro sul pianeta Venere.

 

Margherita Hack.  1922 – 2013.

Astronoma, matematica, fisica, membro di gruppi di lavoro all’ESA e alla NASA, professoressa universitaria, direttore di centri ricerca, membro dell’Accademia dei Lincei, divulgatrice scientifica. Un asteroide della fascia principale ha ricevuto il suo nome.

 

                                 

     Come ogni prodotto dell’ingegno gli occhiali sono frutto del lavoro e della creatività e del sapere collettivo di un sacco di persone. I crediti e i meriti per il design, la micromeccanica, i materiali, le tecnologie di questa edizione di occhiali vanno a:

 Luigi Da Rin Bianco – Roberto Da Rin – Roberto Fiori – Sergio Franzoia – Lucio Mazzoleni – Livio Pivirotto – Lucio Salvadori – Antonio Todoverto – Stefano Vanin – Andrea Cruzzola – Simone Callegari – Roberto Perazza

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