ANCORA SUL MIDO 2018

 

 

Parliamo ancora della Mostra dell’occhialeria Mido 2018 e segnaliamo un altro evento a cui tutto il comparto dell’occhialeria e della moda sembra essere colpevolmente estraneo e indifferente.

L’evento si chiama FA LA COSA GIUSTA, è giunto alla sua quindicesima edizione ed è la Fiera dedicata al consumo critico e agli stili di vita sostenibili. Vi si esporranno idee, scienza, design, materiali, tecnologie e prodotti che negli anni a venire copriranno la grossa parte dei consumi e che formeranno i nuovi indicatori economici come il GPI, Genuine Progress Indicator.

Noi andremo senz’altro a visitarla ed esortiamo designer, produttori, trasformatori e venditori del Distretto Ottico a fare altrettanto, se non altro per dare una svecchiata a idee obsolete e preconcetti sul valore dell’economia circolare e sostenibile e buttare gli occhi su materiali e  processi che inevitabilmente segneranno anche l’industria dell’occhiale e della moda nella sua globalità.

E’ in questo contesto che vogliamo segnalare due collezioni di occhiali viste nei saloni del Mido, esempi di manifattura e design in antitesi l’uno all’altro. Il primo è un notevole e determinante contributo alla storia del costume e dell’occhiale in particolare, l’altro un esercizio di marketing a prescindere dal prodotto che dovrebbe essere censurato.

HOET EYEWEAR. Questa collezione di occhiali è prodotta a Brugge, belgio, città fiamminga da sempre centro di design creativo. L’orgoglioso claim del produttore, “The Future of Glasses”, appare pienamente giustificato non appena si indossano e si osservano gli occhiali. Hoet li costruisce usando delle stampanti laser 3D evolute e le fa lavorare con nanocluster di metalli e plastiche riciclabili raggiungendo risultati che esprimono la nozione di occhiale come architetture per i volti. Le strutture tubolari, la modulazione degli spessori, le sapienti e intricate spirali che ricordano molecole di DNA sono espressioni di puro design, dove forma e funzione si fondono e diventano davvero geometria immaginifica.

Hoet apre una altra e nuova strada per l’eyewear, fuori delle produzioni standardizzate e, grazie alla 3D, mostra che non ci sono più limiti tecnologici alla creatività e che si potrà realizzare finalmente il precetto dell’immaginazione al potere.

Un sincero Bravo! dalla Repubblica degli Occhi.

 

L’altra collezione di occhiali è un marchio francese, VINYL FACTORY e riutilizza dischi di vinile per produrre occhiali vintage tagliando e fresando il materiale e a volte associandolo a resine e altri materiali..

Una buona intuizione di rock marketing se non fosse radicalmente invalidata dal materiale tossico di partenza che invece di musica emette ftalati e cloruri velenosi, un’esperienza da evitare e del tutto fuori luogo per la pelle degli indossatori, e per gli organi sensoriali delle persone, inclusi gli stessi occhi. Il materiale di costituzione dei vinili è il polivinilcloruro, o PVC; è la plastica più vituperata fra le tante che sono messe sotto accusa e monitorate dall’ambientalismo e dai biochimici di tutto il mondo, e il monomero del PVC, il cloruro di vinile, è classificato come un potente cancerogeno; per non dire della diossina che il PVC rilascia durante le variazioni di temperatura. Il PVC è fatto oggetto in Germania, Austria e molti altri paesi di numerose leggi per vietarne l’utilizzo, a partire dagli infissi e mobili domestici. Ricordiamo anche che il principale stabilimento di PVC europeo, a Porto Marghera, è stato il protagonista di un processo di ampia risonanza, la prima class action per omicidio e riguardante l’accertata cangerogenicità del CVM negli operai e nei residenti dell’area.

Quanto a VINYL FACTORY e al suo marketing condotto sul filo del Vintage Fashion consigliamo di dare una bella filtrata all’ideologia vintage e al retrò industriale. Recuperare emotivamente gli anni del rock leonino non significa necessariamente portarsi a casa anche i rifiuti plastici di Altamont Park e Woodstock, l’amianto dei barbecue, il cromo delle Harley o il nickel dei sassofoni. Perché invece non ispirarsi a un tempo vintage ancora più antico, agli albori del rock, quando i dischi erano fatti ancora con materiali del tutto naturali come la guttaperca e la gommalacca? Entrambi sono polimeri biologici naturali con proprietà meccaniche e tecniche simili al vinile e sicuramente molto più vintage. Presley stesso ha inciso su gommalacca, per non dire di Chuck Berry, Woody Guthrie e innumerevoli altri. Gommalacca e guttaperca naturali, al posto di vinile, non è questo un vintage d’antan di valore merceologico e culturale più elevato?

A commento del ritorno del vinile aggiungiamo un link di un critico esperto musicale. A presto.

http://thevision.com/innovazione/ritorno-vinili/

 

 

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